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VIVA NAPOLI E PARì,OUI,OUI,OUI,OUI!
Così recitava il ritornello di una famosa canzone di Guarino e Gambardella del 1902, delineando un ideale gemellaggio tra Parigi e Napoli, che era stata anch’essa per tanti anni una capitale e che, nonostante la sua miseria, non voleva rinunciare ai suoi quarti di nobiltà, forte di una tradizione culturale che non aveva molto da invidiare al resto d’Europa. Fu in questo spirito che Napoli cercò, fino agli anni ’20 del secolo scorso, di scimmiottare i fasti e l’ottimismo della “belle époque” parigina, importando, anche nel teatro comico, modelli di comportamento, temi ed intrecci del teatro brillante d’oltralpe, fino al punto da arrivare a “napoletanizzare” le più celebri farse francesi, come fece abilmente e con indubbia maestria il grande Eduardo Scarpetta. Ma non fu il solo. Altri autori, come Paola Riccora, ne seguirono l’esempio, riuscendo, peraltro, a non “trapiantare” semplicemente la vicenda teatrale in ambiente partenopeo, ma a darle vita autonoma, creando situazioni, personaggi e caratteri genuinamente napoletani e degni, perciò, della migliore tradizione drammaturgica nata all’ombra del Vesuvio. “Un mese al fresco” appartiene a questa categoria di commedie farsesche, certo non originali nel soggetto, ma forgiate ricorrendo a tecniche e personaggi che ne fanno dimenticare la provenienza e fanno rivivere storie, tipi, battute e personaggi-macchietta autenticamente napoletani. Farsa di intreccio e di caratteri, “Un mese al fresco” ripropone così una gradevole, vivace e divertente vicenda della borghesia partenopea di fine ‘800, esempio prestigioso di un teatro giocoso e genuino, dal ritmo serrato, “spumeggiante” come una bottiglia di autentico champagne francese. Il gioco teatrale, esasperato e quasi irreale, vede i personaggi muoversi sul palcoscenico con le loro accentuate caratterizzazioni comiche, facendo rivivere l’eterno meccanismo degli equivoci, degli effetti a sorpresa, degli scambi di persona, dei colpi di scena che si susseguono rapidamente, tenendo irretito lo spettatore fino alla conclusione ed allo scioglimento dell’intreccio, fino al finale tradizionalissimo “alla Scarpetta”, rivolto direttamente al pubblico.