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Sono alquanto scarse le notizie che si hanno di Athos Setti, autore di “Sogno di una notte di mezza sbornia”: livornese, nato nel 1901, conosciuto come commediografo e benefattore, morto nella sua città natale nel 1978, fu artefice di molte applaudite opere teatrali della prima metà del Novecento, che si caratterizzarono per la vivacità dell’azione scenica e per il ritmo spesso incalzante delle trovate comiche, semplici e talora agrodolci, incentrate sui temi classici della vita e della morte e non prive di un’impronta etica di fondo. Intitolata in origine “L’agonia di Schizzo” o “La fortuna i diverte”, questa spassosa e gustosa commedia risulta la più celebre e rappresentata tra quelle scritte dal Setti, tanto da essere ripresa da Ettore Petrolini in una versione in romanesco, da Angelo Musco in dialetto siciliano e da Eduardo De Filippo in vernacolo napoletano (ed è a questa versione che è stato imposto il titolo “Sogno di una notte di mezza sbornia”). Uno dei principali meriti che vanno ascritti all’autore è quello di aver creato, all’epoca, una trama popolare ma di forte efficacia per i campioni della comicità del suo tempo, che se ne avvalsero per variarne ed arricchirne i contenuti. Il tema trattato, riguardante i sogni, le premonizioni e le correlate vincite milionarie al Lotto, risulta poi particolarmente congeniale alla tradizione teatrale partenopea e al vissuto del popolo napoletano (anche dei giorni nostri). Oggi la commedia conserva ancora un’innegabile freschezza ed una spiccata “teatralità”, che ne motivano la messa in scena, pure in un contesto economico e sociale significativamente mutato. Sarebbe eccessivo volervi ritrovare significati di particolare profondità morale o letteraria, che né autore né suoi celeberrimi interpreti dell’epoca si sono mai riproposti di attribuire a questa scoppiettante pièce teatrale, tutta basata sulla sottolineature del carattere comico di talune vicende umane e dell’impronta quasi grottesca dei loro protagonisti: cielo e terra, sogno e realtà, vita e morte, affetti familiari e meschinità personali, miseria vera e pretesa nobiltà sono gli elementi ai limiti del farsesco, che già da soli, nella loro altalenante contrapposizione, sono sufficienti a far scattare il meccanismo della risata e del divertimento e a coinvolgere lo spettatore, affascinandolo proprio in virtù della loro essenzialità e genuinità.