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“Questi fantasmi!” si rifà ad un tema tipico de teatro popolare, che dalla Mostellaria platina, giù giù, attraverso la Commedia dell’Arte, al Giraud (Eutichio e Sirifòrosa ) e oltre ancora, costruisce i suoi effetti comici giocando sulla paura, l’ingenuità e la superstizione: il tema della casa abitata dai fantasmi. Tuttavia se nell’opera di De Filippo c’è un’eco di questa tradizione, l’autentico merito dell’autore è stato quello di reinventare, con sorprendente ricchezza fantastica e con tutte le risorse di un dialetto pittoresco e umanissimo (e dicendo dialetto diciamo anche situazione ambientale e gloriosa, specifica eredità teatrale), storia e soprattutto protagonista, introducendo nell’una e nell’altro un’affettuosa e accorata intuizione della realtà umana più semplice, gli aneliti della disperazione, la volontà di sopravvivere e l’ingenua, ma sincera disposizione a credere qualunque cosa, anche la più assurda ed improbabile, purché sia un appiglio, una possibilità di evitare il naufragio. E’ il caso di Pasquale Lojaco­no cui danno ad intendere che ad approvvigionare la casa non è l’amante della moglie, ma un fantasma benefico; ed egli se ne convince, ringrazia a mani giunte, non per vigliaccheria od abiezione, come tutti sospettano, ma perché deve essere proprio così, giacché, se non un fantasma, chi può ricordarsi di lui?
La disposizione scenica adottata, a sipario aperto, oltre a rispondere ad esigenze di carattere tecnico-scenografico, vuol anche essere una precisa indicazione di regia, volta ad eliminare il diaframma spettatore/attori ed a consentire al pubblico di sentirsi il più possibile coinvolto nella vicenda rappresentata, “affacciato” direttamente sulla scena in maniera speculare rispetto al protagonista che si “affaccia” dal suo balcone in mezzo al pubblico per dialogare col suo invisibile dirimpettaio.