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Samy Fayad, giornalista e autore di commedie radiofoniche e teatrali, con una esperienza anche nella RAI. scomparso nel 1999, nacque a Parigi nel 1925 da genitori libanesi e, trasferitosi a Napoli all’età di 13 anni, trovò nella napoletanità il terreno fertile per i personaggi, i costumi e l’ambiente delle sue numerose opere. Tra queste, “Lo spione della scala C”. farsa senza particolari pretese, semplice nella trama ma efficace nei suoi effetti e nella sua tessi tura teatrale. La storia, breve e condensata, dell’opera è una vicenda farsesca. colorala e colorita, dove l’autore. come sempre, trova fonte inesauribile d’ispirazione nel caratteristico temperamento creativo e fantasioso, ma anche pigro e istintivo, spagnolesco e filosofeggiante, bigotto ed a volte spregiudicato, della gente del Sud. Per dirla con Domenico Rea, tutte le commedie di Samy Fayad, con un faro sempre acceso sull’eterna arte di arrangiarsi dei napoletani, sono “uno spaccato assurdo della napoletanità” ed i suoi personaggi, come si legge nel testo di una delle sue più celebri commedie, “non possiedono un metro di cento centimetri, ma ne hanno uno di novanta e quei dieci centimetri in meno sbilanciano la loro condotta, li trattengono ai margini di una società che li rigetta per la dannosa corrosività della loro insistenza a voler essere”, E così sono i personaggi pittoreschi de “Lo spione della scala C”. Vittorio, falsario di banconote poco credibili e suo padre Ferdinando, agente segreto “made in Naples” (che svolgono improbabili mestieri con disinvolta leggerezza), un Cinese invece molto poco “made in China “, l’avvocato De Rosa, marito geloso e furioso, Aurelio, padre di Ferdinando, orgoglioso della sua invalidità permanente (e del relativo vitalizio!) procuratogli accidentalmente cinquant’anni prima da un maldestro duello Ira due nobili, la signora Ventriglia, zitella petulante alle prese con “bollori” ormai tardivi e così via. La comica ed incalzante freschezza del dialogo, l’esilarante concatenarsi degli eventi, l’accentuata caratterizzazione dei personaggi rendono l’azione scenica coinvolgente e spassosa. Il gioco dell’autore ha tutta l’apparenza di essere leso sulla corda della futilità, ma rileva anche un suo, sia pur tenue, spessore, dato che in esso troviamo parodialo con disinvoltura, fino ai graffi della satira, uno dei più collaudali generi dello spettacolo cinematografico del nostro tempo, il genere dello spionaggio, rivisitato in salsa partenopea, in un sovrapporsi di tipi e, in qualche momento, anche di dialetti, che richiamano da lontano alcuni dei meccanismi comici propri del repertorio della vecchia Commedia dell’Arte.